I Frantoi Ipogei: scopriamo cosa sono e dove si trovano nel Salento

Quando si pensa alla Puglia, la mente corre subito al mare turchese, alle bianche spiagge assolate e ai borghi dal ricco patrimonio storico.

Ma spesso celati agli sguardi superficiali, magari nascosti tra le distese di terra rossa e ulivi, vi si trovano quelli che in lingua locale sono chiamati "trappeti", cioè i frantoi ipogei.

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La nascita dei frantoi ipogei

Il termine "trappitu" ha origine romane, in riferimento agli antichi macchinari utilizzati per la lavorazione delle olive. Non sorprende dunque che lo stesso Virgilio nel suo poema "Le Georgiche" le menzioni, così come secoli dopo faranno gli stessi salentini nelle loro canzoni popolari dove esaltavano il lavoro assai dispendioso di coloro che lavoravano in questi frantoi, i cosiddetti "trappitari".

In passato il Salento era un importante crocevia di popoli, tradizioni e costumi soprattutto in materia agricola; e in particolare con i bizantini ci fu una maggiore attenzione nella coltivazione del grano e dell'ulivo e a convertire granai e soprattutto antiche cripte bizantine in frantoi ipogei, cioè scavati anche di 5 metri proprio nel sottosuolo.

Il perché si scelse di scavare nella nuda pietra per creare questi ambienti, è legato alle condizioni termiche, risultando infatti luoghi assai freschi, perfetti per la lavorazione e per la conservazione del prodotto finito.

Al frantoio ipogeo vi si accedeva tramite una scala e ci si trovava in un vano con al centro la vasca dove avveniva la macinazione e tutto intorno torchi e altre vasche più piccole dove veniva depositato l'olio.

Era frequente poi la presenza di adiacenti stanze più piccole utilizzate per deporre gli utensili da lavoro o le olive stesse (chiamate in quest'ultimo caso "sciave"), come ricovero degli animali oppure usate dai lavoratori per riposarsi.

Certamente non dovevano essere assai luminosi, non fosse per qualche lucerna accesa all'occorrenza o per l'unico foro praticato sulla volta della stanza principale per far entrare un po’ di luce: forse per l'oscurità e per il fatto che fossero remoti sotto il suolo, nacquero leggende che li volevano luoghi infestati da fastidiosi folletti, chiamati "uri".

I frantoi ipogei oggi

L'industrializzazione del XIX secolo e la nascita di più efficienti metodi di lavorazione delle olive, comportarono un inevitabile abbandono dei frantoi ipogei a vantaggio di strutture semi-ipogee se non completamente esposte.

Oggi in Puglia vi sono più di 150 "trappeti", oggi in parte recuperati e restaurati per mostrare la vita contadina di un tempo ai locali ignari e ai turisti che affollano questa bellissima terra. Quelli siti ad Oria, nel brindisino, sono veri e propri musei dedicati alla cultura salentina ricchi di reperti storici legati al mondo contadino del passato.

Forse il luogo più ricco di "trappeti", oltre a Morciano di Leuca e Sternatia, è Presicce, a ragione chiamata "la città sotterranea": sotto la sua piazza principale se ne trovano una trentina, utilizzati per produrre l'olio che serviva per alimentare le lampade.

Tra i frantoi ipogei più belli ci sono quello seicentesco nascosto sotto il "Palazzo Granafei" nel bellissimo centro storico di Gallipoli, il cinquecentesco frantoio "Caffa" di Vernole, e il "frantoio del Casale" davanti al castello di Noha, a Galatina, sotto la cui volta, ricca di stalattiti, si trova un sedile scavato nella pietra.

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